venerdì 15 ottobre 2021

La Campana del Infierno (1973)



Un bellissimo horror iberico (almeno bellissimo per me) di grande atmosfera, perfetto per il mese di ottobre.

Pochissimi film riescono ad essere impregnati da un senso tangibile di morte dal primo all'ultimo fotogramma. La Campana del Infierno (in Italia A Due Passi da... l'inferno) è uno di questi. E' anche il testamento registico di Claudio Guerín Hill che, il 24 febbraio 1973, si lanciò nel vuoto dal campanile della chiesa di San Martin a Noya durante l'ultimo giorno di riprese, portato poi a termine da Juan Antonio Bardem (L'altra casa ai margini del bosco [1973]).

Guerín Hill aveva 33 anni e una carriera già avviata (Un Solo Grande Amore [1972] con Lucia Bosè e Ornella Muti). Misteriosi rimangono i motivi che lo spinsero a compiere quel gesto; si parla di una maledizione legata all'antica costruzione, ma queste supposizioni lasciano sempre il tempo che trovano. Ci sono dei documentari in rete che parlano della sciagura , se volete. La pellicola di Guerín  in ogni caso, e quindi a dispetto della fama di film sfortunato e maledetto, un posto d'onore nella cinematografia spagnola se lo guadagna senza meno. La tragica storia alle sue spalle potrebbe sembrare più interessante dell'opera stessa, non fosse per il fatto che ci troviamo di fronte ad una delle più deliranti storie di vendetta apparse sugli schermi settanteschi. Juan (Renaud Verley) viene dimesso da una clinica psichiatrica; ritorna a vivere con la zia Marta (una grande Viveca Lindfors) e le tre cugine colpevoli di averlo fatto internare. Lentamente la follia e la violenza esigono la loro quota di sangue e i labili confini della "normalità" diventano sempre più sottili, tanto che si fatica a capire chi siano le reali vittime della vicenda. E' difficile spiegare a parole l'atmosfera sepolcrale che si respira nel film di Guerín Hill ; ogni singola scena sembra emanare un senso di disagio che raggiunge il suo zenith nella visione del campanile e nei rintocchi della campana del titolo, allegoria della morte tanto semplice quanto agghiacciante. Non c'è speranza né redenzione, gli esseri umani valgono quanto i quarti di bue appesi ai ganci del mattatoio in cui lavora Juan.

La sceneggiatura di Santiago Moncada, grande firma del cinema iberico (il western Condenados a vivir [1972] di Joaquin Luis Romero Marchent con Robert Hundar ed Emma Cohen, fortemente virato verso l'horror) e le splendide interpretazioni di Renaud Verley (Il Caso Venere Privata [1970] di Yves Boisset, da Scerbanenco, La Caduta Degli Dei [1969] di Luchino Visconti) e Viveca Lindfors, che non ha o almeno non avrebbe bisogno di presentazione alcuna, garantiscono una elevata quota di follia e drammaticità, per cui la sensazione di trovarsi di fronte ad una delle opere più oscure, cupe, nichiliste degli anni settanta si fa certezza. Un pozzo nero.

Da vedere ad ogni costo. Dvd della Pathfinder del 2005, NTSC, anamorphic widescreen, mancante di alcune scene e dialoghi per un totale di due minuti, nella parte centrale, dalla scena di ballo tra Juan/John ed Esther e nel dialogo in giardino immediatamente successivo.


Originariamente pubblicato il 7 maggio 2012 su "Le Recensioni di Robydick".

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